Riportiamo l'articolo di Marianna Accerboni pubblicato da Il piccolo il 7 marzo 2006 in occasione dell'inaugurazione del museo.
L'arte di Ugo Carà a Muggia
Dopo la dolorosa diaspora dei lavori dell'artista, battuti all'asta nella primavera del 2005 e dispersi fra collezionisti e mercanti d'ogni dove, senza che chi di dovere si curasse d'intervenire, l'opera del maestro muggesano, scomparso nel dicembre 2004, trova ora degna, sintetica, ma esaustiva collocazione in una delle tre sale del Museo d'arte a lui intitolato. Gli spazi chiari ed essenziali che qualificano i volumi razionali e funzionali del nuovo edificio - il quale s'inserisce con leggerezza davanti alle antiche mura cinquecentesche, che scendono dal castello e sono venute alla luce nell'ambito dei lavori per la nuova edificazione - ospitano con quell'unitarietà che rappresentava il cruccio di Carà, quando egli pensava al futuro della sua opera, la summa della sua produzione. Che l'artista aveva donato alla città natale con la precisa richiesta che fosse esposta in un edificio idoneo di nuova costruzione. All'ingresso, ad accogliere i visitatori, incontriamo una svettante, quasi ieratica, figura lignea del '78, mentre un attimo prima chi viene dalla strada, potrà intravvedere una "Fanciulla che si pettina" (1959), celata nel vano di una finestra. Lungo la facciata laterale del museo, sul bordo leggermente inclinato di una vasca, che rammenta l'origine mediterranea del maestro e la sua ispirazione spesso legata al mare, nonché la posizione naturale di Muggia, è adagiata invece la "Nuotatrice", un bronzo del '79; mentre sulla terrazza gli allestitori hanno voluto posizionare una composizione astratta, la risposta di Carà al distacco dalla figurazione.
All'interno l'esposizione procede per fasi tematiche, le quali interagiscono l'una con l'altra: sono visibili più di trenta sculture, tra i bronzi giovanili (in seno ai quali annotiamo quello dell'amico Adolfo Levier) e altre opere cronologicamente successive, ispirate al leit motiv della figura femminile, alla danza, al teatro, al mitologico, al divino, alla natura, che trovano riscontro, in un gioco colto e raffinato, anche nella trentina di grafiche, dal tratto incisivo e dai vivaci contrappunti cromatici, in cui si palesa l'inesauribile, onirica, razionale fantasia del maestro muggesano. Che si era fatto promotore, nel corso della sua lunghissima carriera, di un linguaggio elegantemente innovatore, nelle forme e nella sostanza, che si espresse in ambito locale, nazionale e internazionale attraverso la partecipazione, fin da giovanissimo, a numerosissimi e qualificati eventi espositivi: dalla Biennale di Venezia, alla quale presenziò ripetutamente, alle Quadriennali romane e torinesi, dalla Triennale di Milano all'esposizione Universale di Parigi e di Bruxelles, dalle Triennali internazionali delle arti decorative e industriali del capoluogo lombardo a importanti mostre d'arte di livello mondiale.
Non ultime, la partecipazione nel '47 alla rassegna allestita a New York da Carlo Lodovico Ragghianti, in occasione della quale il Metropolitan Museum acquistò una tovaglia a ricami traforati disegnata dal maestro e la grande antologica allestita da chi scrive nel 2003 a Bruxelles in collaborazione con l'assessorato alla cultura della capitale belga. Non a caso l'esposizione permanente del museo muggesano testimonia anche la creatività di Carà nell'ambito della medaglistica e del design, produzione quest'ultima vivamente apprezzata e pubblicata negli anni Trenta da Giò Ponti sulla rivista Domus. A conferma della spirito poliedrico dell'artista, che fu anche assai attivo nel campo della comunicazione pubblicitaria, dell'architettura d'interni e della decorazione navale negli anni d'oro della cantieristica triestina.
Il museo - 1350 metri cubi con 315 metri quadrati di superficie utile interna " 315 metri quadri di superficie utile interna, 80 metri lineari di sviluppo espositivo e superficie esterna di 400 metri quadri - si compone, oltre alla sala permanente dedicata a Carà, anche di uno spazio multimediale e di una sala deputata alle mostre d'arte contemporanea.
In un contenitore che coniuga all'esterno intonaco, acciaio zincato, legno, vetro e una grande parete di acciaio corten con effetto ruggine, in omaggio a Muggia, alla sua storia sul mare e all'antica sede delle Cooperative dei dipendenti del Cantiere S. Rocco, su cui sorge la nuova costruzione.
Marianna Accerboni
Ugo Carà, la vita.
A cura di Claudio H. Martelli, tratto dalla rivista Artecultura (www.artecultura.it)
Nato a Trieste nel 1908.
Scultore ed incisore tra i più insigni di Trieste ha al suo attivo un ininterrotto magistero d'arte lungo ormai 70 anni avendo iniziato ad esporre ancora studente universitario nel 1928 allorche' venne ammesso alla XVI Biennale Internazionale di Venezia tra i giovani allora più promettenti. Alla Biennale Veneziana Carà sarà presente altre sei volte (tra il 1934 ed il 1950) così come numerose volte alla Quadriennale romana, alle Mostre Internazionali del Bronzetto di Padova, e alle più prestigiose rassegne italiane.
Tra le sue varie attività è importante ricordare che egli negli anni giovanili fu valente pittore all'acquerello e designer ai più alti livelli per l'arredamento civile e navale.
Fu anche insegnante presso l'Istituto Statale d'Arte di Trieste, una delle più prestigiose scuole del settore. Creatore di gioielli, autore di medaglie e targhe commemorative, scultore monumentalista, Ugo Carà non conosce sosta nella sua attività che rinnova anno dopo anno la sua fresca vena creativa.
Molteplici sono le componenti che si intersecano alla base della scultura di Ugo Carà: classicità mediterranea e modo impressionista, connotazione arcaistica e senso panico, equilibrio plastico e ardita invenzione.
Tutti i formati stilistici ed ispirativi vengono ricondotti però ad un'unica matrice che lo scultore elabora in funzione delle proprie personali esigenze espressive fornendo risultati di misurata, essenziale, bellezza. Sia pure dando prova sulle grandi misure, Carà trova la sua dimensione aurea nel bronzetto.
In un certo senso si potrebbe dire che egli media le antiche espressioni plastiche mediterranee e orientali in una connotazione contemporanea. Le sue figure distese hanno atteggiamento divinatorio, i volti compiutamente risolti sovrastano corpi nei quali si coglie pienamente il senso del volume. I suoi sono miti che si risolvono in piccoli-grandi gesti: l'offerta del pesce, il volo della colomba, l'adorazione del sole.
La sua è dunque un'arte che non teme il tempo, che non ha paura di materializzarsi in qualsiasi spazio, sia esso una piazza nel centro della città o un'appartata nicchia di una casa di campagna o il piedistallo di un museo. E' un'arte che ha fatto sue le finezze degli antichi plasmatori di forme intenti a catturare il movimento vitale ma che, allo stesso tempo, si pone in rapporto dialettico con le distonie della civiltà contemporanea inseguendo un equilibrio sempre più difficile da individuare e ancor più da sintetizzare.
Ugo Carà è un poeta che canta la vita, la sua bellezza ed il suo mito. Lo fa con forza, senza nostalgia, perche' è consapevole che passato, presente e futuro sono solo diversi punti di vista di una medesima realtà nella quale egli si sente pienamente immerso e della quale è intento a cogliere con attenzione e partecipazione il pulsare.
La scelta del linguaggio attraverso il quale esprimere questa sua partecipazione è dunque la risultante non di fattori analitici ma di una passione che continua ad ardere e a produrre entusiasmo.
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cliccare sulle immagini per ingrandirle foto: Arch. Claudio Farina |
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